Cartoline

Quando ero piccolo una mia zia alla quale volevo molto bene era convinta che non fossi in grado di scrivere le cartoline. Passavamo assieme le vacanze e ogni volta che dovevo scriverne una lei mi fissava con quello sguardo da Clint Eastwood che ha appena perso il cavallo in mezzo a un canyon; senza proferire parola mi stava dicendo: “adesso farai un errore, sbaglierai la pancia della P maiuscola corsiva, non riuscirai a chiudere bene la curva del numero 8,  invertirai il codice di avviamento postale con l’indirizzo, sbaglierai a scrivere Ciao.”

Insomma l’occhio inquisitore della zia era tipo quello del vecchio del famoso racconto di Edgar Allan Poe. Solo che io la zia non l’ho smembrata e non ho neppure nascosto il suo cuore sotto un’asse del corridoio. Dopotutto avevo otto anni e, non per vantarmi, una psicologia non poi così fragile, sebbene ancora in fase di costruzione.

Ovviamente mi sbagliavo. Non riguardo alla psicologia, intendo. Sbagliavo a scrivere ogni cazzo di cartolina che prendevo in mano. Ogni maledetta cartolina che giungeva nelle mie piccole manine da scribacchino ne usciva con un pasticcio: una cancellatura, un nome che non si capiva, un indirizzo con un groviglio tra la Gi e la Elle, un saluto che faceva schifo. Ho rovinato diversi “Saluti da Porto San Giorgio” con il lungomare in bellavista, almeno due “Le bellezze di Crotone” e sicuramente un paio di “Sicilia by Night”. 

Anche quando avevo quasi finito, la penna che tenevo saldamente nella mano sudaticcia non mi aveva ancora tradito e stavo tirando un sospiro di sollievo, qualcosa mi faceva sbagliare. Era lo sguardo della zia; lì seduta in costume sulla sedia del campeggio con le gambe accavallate, la settimana enigmistica in una mano e la Muratti Multifilter accesa tra le dita dell’altra. Era quello il momento nel quale, facendo dondolare lievemente lo zoccolo sospeso, godeva atteggiandosi come una Nostradamus femmina magro e senza la barba perché le sue previsioni si erano nuovamente avverate.

Che poi le cartoline le spedivo lo stesso, specialmente dopo tutta quella faticaccia, ma dentro di me vivevo la grande frustrazione dell’errore, un disagio della penna che mi ha accompagnato per molto tempo. Come avrete capito, questa storia mi ha lasciato un segno, ma non mi ha impedito di scrivere. E nemmeno, col tempo, di fare dell’errore un punto di forza.

Alla zia ho sempre voluto bene, era una zia buona in fondo, anche se per dirla tutta, non le ho più permesso di essere presente quando scrivevo. E magicamente le cartoline, non farete fatica a crederci, venivano una meraviglia. Quando ho cominciato a scrivere dei libri poi, la zia voleva sempre che le portassi la sua copia. Li metteva in bella vista sulle mensole del salotto dicendosi orgogliosa: “questo qui è mio nipote”, ma li leggeva pure.
E intimamente sapeva, a ragione, che lei e il suo zoccolo dondolante avevano avuto un ruolo nel mio processo di crescita, anche se delle cartoline, di Clint Eastwood e di Allan Poe, mica si ricordava più.

Si ricordava di lamentarsi del fatto che secondo lei alcune poesie erano proprio brutte e che nella biografia di ogni libro non ci fosse scritto che ero nato nel suo paese, nel quale anche io sono cresciuto. Senza considerare che al paese non c’è manco l’ospedale e che la cosa tranne a lei, non frega proprio a nessuno.

L’anno scorso la zia è morta e mi è venuto naturale scrivere una poesia per lei.
Senza neanche un errore, almeno credo.





*
Ti abbiamo lasciato delle margherite
colte a lato della strada,
non c’era il permesso
per la cerimonia e i fiori.
Con le nostre mascherine
stavamo alla giusta
distanza dalla cassa
come verniciatori derubati
dai colori dello spray.
Non c’era quasi nessuno
ma è venuto tuo cugino
con il suo parrucchino grigio
portato come la paura del contagio.
E mentre te ne stai
morta in salotto
la vicina sostiene
che avevi una parola per tutti.
Si, una parola stronza, pensiamo noi
che ti conosciamo bene
e che ti abbiamo amato molto
esattamente per quello che eri.






Da “Tecniche di Seduzione Animale” 2020

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