Moltissimi di noi hanno una piccola ferita, una cicatrice che si portano sul corpo fin da piccoli, quella volta nella quale sono caduti maldestramente imparando a camminare, ad andare in bici, quando hanno battuto la testa in quel gioco da bambini, quando sono stati spinti da un compagno, si sono sbucciati un ginocchio bisticciando. Quando non hanno ascoltato i consigli dei grandi e si sono arrampicati, hanno corso, saltato, disubbidito. Se ci pensate bene, ne avete una anche voi; dietro la testa, sul braccio su un piede. Ce la siamo quasi dimenticata, sta lì come un minuscolo monumento a un inciampo della nostra giovane vita.
Se l’avete trovata, passateci sopra una mano e sarete pronti per leggere questa poesia.
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Una minuscola ferita sul capo, sul braccio
una vecchia sbucciatura sul ginocchio.
Una piccola cicatrice ci ricorda un’impresa
una caduta, una spinta, un sopruso.
Non si tratta di una mano che manca
di un arto tranciato, di un osso sbriciolato
come cracker da un crollo, non si tratta
di viscere al sole mescolate alla sabbia
del cranio spaccato come cocco
dal calcio di un giovane soldato.
Non abbiamo conteso la ciotola coi cani
leccato la terra per sapere se ha gusto.
Non ci siamo svegliati avvolti
dalle membra esplose di una madre
alla quale una bomba
ha strappato il corpo e l’ombra.
Non abbiamo vagato impauriti
vestiti di stracci tra le macerie
alla ricerca di un posto sicuro
non ci hanno costruito un muro
in faccia quando cercavamo
una via d’uscita alla miseria
alla violenza, all’ingiustizia.
Non siamo neppure naufragati
tra gli schiaffi del mare
nel gelo di una notte blu
mentre in molti si riempivano
come botti d’acqua e colavano
giù, sassi di carne salata a picco
abortendo le grida in una folla di bolle.
La mia piccola ferita neanche si vede
se la sfioro ricorda soltanto
quanto ero ingenuo, incapace d’agire
quanto ancora non sapessi
vedere, capire, ascoltare.
La mia ferita di bimbo
non mi ha fatto temere meno
la morte che la vita.
La mia ferita è muta.
Ma questo silenzio, quanto dura
