Una poesia in un batterio

Eh, ma questa non è poesia,

ho perso il conto di quante volte ho sentito questa affermazione. E finché esce dalla bocca di gente che non sa nulla di poesia, sorrido e passo oltre.
Dopotutto sono gli stessi che sarebbero in grado di fare un quadro di Fontana, un’opera di De Dominicis, scrivere un testo di Spatola. Posso sopportarli senza timore, come sopporto una vescica sull’alluce o un brufolo in fronte.

Il problema sorge quando chi la pronuncia sostiene invece di essere un conoscitore della materia, qualcuno che scrive, che legge poesia. Perché insomma, non saprei come dirlo in maniera diversa, chi ha la pretesa di sapere cosa sia poesia e cosa no, ha capito pochissimo della materia, anzi per essere più specifico credo che non abbia capito nulla dell’arte in generale.
Se ci si vuole porre la questione, ha molto più senso chiedersi cosa sarà poesia, che forma prenderà, visto che ciò che oggi consideriamo degno di questo nome, spesso non lo era per i contemporanei del poeta scrivente.

È a questo punto che giunge sulla scena il poeta canadese Christian Bök, classe 1966, che tramite il progetto The Xenotext, è riuscito ad inserire una poesia nel DNA di un batterio. Si tratta del Deinococcus radiodurans altresì detto Conan The Bacterian a causa della sua impressionante resistenza alle ostilità della vita. Resiste al freddo, al caldo estremo, al disseccamento, all’acidita, al vuoto, alle radiazioni, lo hanno addirittura messo nel Guinness dei primati come “forma di vita più resistente al mondo alle radiazioni “. Nel caso non bastasse è pure in grado di ricostruire i propri cromosomi – che sono solo due ahilui – dopo che questi sono stati distrutti dalla radioattività.

È un batterio che certo, non sa fare molte cose, ma ha buone chance per sopravvivere oltre la fine dell’umanità, e dunque in potenza e grazie all’opera di Bõk, testimoniare il nostro passaggio ad altre forme di vita senzienti. Una testimonianza che fa impallidire i saluti in 55 lingue contenuti nella sonda Voyager lanciata dagli americani nel 1977 e in rotta verso lo spazio infinito.

Ma come ci entra una poesia in batterio?

Per dirla semplice, si tratta di costruire un vocabolario, crittografando le lettere a disposizione del DNA per poi assemblare questo vocabolario in un testo. Una vera e propria poesia che poi sotto forma di codice può essere inserita nel batterio. Ma non è finita qui. Bök ha previsto che in conseguenza a questo inserimento, l’ospite reagisca chimicamente scrivendo un’altra poesia codificata e diventando coautore dell’opera.
Le poesie si chiamano Orfeo e Euridice. Orfeo che con la sua arpa incanta gli animali, Euridice, imprigionata nel ciclo vitale.

I temi che quest’opera affronta sono moltissimi:

Dà la propria risposta al tentativo dell’uomo di rendere l’arte eterna.
è innovativa, alla ricerca del superamento del linguaggio.
Evolve il codice espressivo che da lettera si fa carne.
Attiva una comunicazione profonda, intima e universale.
Racconta il mito, l’amore, la tragedia.
Coinvolge la natura non più osservandola o contemplandola, ma direttamente come coautore.

.Si comporta insomma come un’ottima poesia,
Ah già, ma questa non è mica poesia.

Escherichia Coli

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