Ho navigato dietro agli occhi di una balena



Risuonava un blu sconfinato.
Un blu profondo dove l’eco
delle piccole pinne leggere
remando in un remoto flusso orizzontale
muoveva grandi onde d’acqua sottomarina
lasciando che l’enorme
corpo trafiggesse l’oceano
come un dito nella crema.
E dietro agli occhi sentire il tonfo
il sordo suono dell’acqua che contiene
tutti senza contenere alcuno.

Poi balzare alla bottega di mio padre
che infilava un ago ricurvo
nella stoffa di un materasso
come chirurgo nella pelle di un coriaceo animale
mentre fuori in cortile scorrazzavo
cavalcando il mio trattore di gomma
rosso sulla ghiaia tra le siepi fino all’orto.

E mia madre che mi chiama dice: Paolo non ti sporcare.

L’odore fresco dei fagiolini ai quali Giulia
la vicina, seduta col grembiule a fiori
sul gradino all’uscio, spaccava la punta e il culo.
Il marito Eugenio con me era sempre gentile
ma era rozzo, manesco e per ogni parola pronunciata
ne divorava altre cento che crollavano
nella sua gola senza scampo, senza uscita.

Paolo, vieni su, non ti sporcare, mia madre mi diceva.

E salivano gli odori a ricostruire un paese
la viuzza dove dopo il catechismo fumavamo di nascosto
e quell’altra dietro le scuole dove per la prima volta
infilai un dito nelle mutande leggere di una compagna di gioco.
Ignorante e smarrito cercava nella fessura un senso
la rivalsa al suo disagio, il posto giusto dove stare.

Ancora ritornare, alla bottega di mio padre
alla stoffa dei tessuti, ai giochi accatastati
sotto a un tavolaccio, al cortile, agli attrezzi
alle forbici di ferro, alla fettuccia, al gesso
alla lana ammucchiata, alla gomma piuma
alla voce di mia madre che dice:
Paolo vieni, su non ti sporcare.

E poi di nuovo al mare
e poi all’oceano immenso dove solo
dietro agli occhi di balena
che non nuota ma lascia
che l’enorme corpo s’abbandoni all’acqua
puoi sentire il suono, il tonfo, l’eco
di qualcosa che si muove naturale
come respiro che trema
in un remoto flusso quasi orizzontale.


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